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In effetti esse sono riconducibili a due sole diverse tipologie di
intervento e alle diverse loro combinazioni: la ricapitalizzazione dei fondi
pensionistici e la ridefinizione degli schemi di pensionamento. Ma cambiare in
corsa le regole di un sistema previdenziale e' operazione sempre molto delicata.
La crisi dei sistemi pensionistici
I sistemi pensionistici obbligatori sono una
delle maggiori conquiste sociali del nostro tempo. Storicamente appare chiaro ed
e' indubbio che essi sono serviti a ridurre il rischio di poverta' tra gli
anziani nonche' a migliorare la salute e il benessere generale delle
popolazioni, contribuendo così a incrementare la speranza media di vita.
Inoltre i sistemi pensionistici pubblici si configurano come un elemento di
fondamentale rilevanza nell’attuale assetto organizzativo delle moderne
societa'.
Essi hanno reso gli anziani economicamente indipendenti dai loro familiari,
perche' consentono alla popolazione in eta' lavorativa una mobilita' maggiore di
quanta ne avrebbero se vivessero in nuclei famigliari tradizionali composti da
individui appartenenti a tre generazioni (nonni, genitori, figli), e infine,
perche' permettono agli individui, sia giovani che anziani, di avviare nuovi e
piu' ampi progetti di vita. Il loro meccanismo di funzionamento attesta
trattarsi di un sottosistema economico ormai organicamente compenetrato nel
ciclo lavoro, produzione, reddito. Una quota del reddito prodotto dai lavoratori
e dalle imprese alle quali essi prestano la loro attivita' lavorativa e'
obbligatoriamente versata agli Istituti di Previdenza, i quali finanziano così
il pagamento delle pensioni spettanti ai lavoratori quiescenti (perche' anziani
o divenuti invalidi) ovvero ai loro familiari superstiti. D’altra parte la
partecipazione forzosa dei lavoratori al sistema previdenziale giustifica la
promessa, fatta dal sistema stesso, per cui i lavoratori contribuenti, quando
diverranno a loro volta quiescenti, o i loro superstiti, in eventum, fruiranno
di un equo trattamento previdenziale. e' chiaramente intuibile che nei sistemi
previdenziali organizzati secondo lo schema anzidetto v’e' equilibrio fra
risorse disponibili e risorse impiegate per il pagamento delle pensioni solo in
condizioni di invarianza nella composizione delle quote demografiche degli
attivi e degli inattivi. Le difficolta' e le crisi di numerosi sistemi
pensionistici (ma anche sanitari) dei paesi Occidentali negli anni ’70 e ’80
sono stati provocati proprio dall’invecchiamento della popolazione iniziato a
partire dagli anni ‘70. Il fenomeno e' di rilevanza mondiale, ma riguarda piu'
significativamente l’Italia: nel 2000 la popolazione anziana (individui con 65
anni e piu') era di circa 10,396 milioni di individui, pari al 18,1% dell’intera
popolazione residente, piu' di tutti gli anziani dell’intera Asia Occidentale
(8,549 milioni; quota 4,4%) o del Nord Africa (7,136 milioni; quota 4,2%). In
quota percentuale gli anziani italiani superavano anche quelli del Sud Europa
(16,9%), dell’Europa Occidentale (15,9 %), del Nord Europa (15,6 %) e dell’Europa
Orientale (12,9 %). Stime prevedono che nel 2030 gli anziani italiani saranno
pari al 28,20% della popolazione residente e nel 2050 al 33%. Il fenomeno dell’invecchiamento
demografico e' legato al miglioramento mediamente generalizzato delle condizioni
di vita, con il conseguente incremento della speranza media di vita. L’aumento
della longevita' non puo' essere altro che un dato positivoe assume una valenza
negativa solo se e in quanto concorre - come nel caso di cui ci si lamenta - col
fenomeno della denatalita', poiche' diminuisce la consistenza numerica delle
popolazioni e muta la loro composizione in classi di eta', con prevalenza degli
anziani sui giovani e sugli adulti. Apartire dall’anno 2000 – e' calata la
classe dei genitori, e continuera' a scendere la classe dei figli, fino al 2025
aumentera' la classe dei nonni, indi crescera' corrispondentemente la classe dei
bisavoli e fara' la sua comparsa la classe dei trisavoli.
L’invecchiamento
della popolazione comporta un progressivo aumento dei costi dello Stato sociale
accentuando il ritmo di numerose dinamiche di spesa, fra le quali mi limitero'
qui a ricordarne due: (a) crescita degli anni in cui, dopo il pensionamento, gli
anziani risultano a carico della popolazione attiva, (b) a carico del Servizio
Sanitario Nazionale aumentano i costi per malattie e invalidita', soprattutto
quelle che comportano cure costanti o pratiche riabilitative di lunga durata. I
dati statistici ci dicono che dal 1980 al 2004 l’indice di dipendenza
economica degli anziani e' passato dal 20,3% del 1980 al 28,9% del 2004, il che
equivale a dire che oggi, sostentamento e benessere degli anziani impegnano all’incirca
1/3 del reddito prodotto dagli «attivi», a fronte di poco piu' di un 1/5 nel
1980. Rispetto al fine di misurare lo stato di benessere o di malessere
finanziario dei sistemi di protezione sociale, pero', occorre tenere conto di
quanto tutti gli inattivi (pensionati, inabili, inoccupati e disoccupati)
dipendono economicamente dalla popolazione attiva. Gli indici Istat ci attestano
che la protezione sociale delle classi degli anziani e degli altri inattivi, tra
il 1980 e il 2004 ha assorbito mediamente il 49,5% del reddito prodotto dalla
classe degli attivi. In siffatte condizioni, al fine di mantenere l‘equilibrio
dei sistemi di sicurezza sociale s’impone l’esigenza di compensare le
dinamiche indotte dai trend demografici negativi provvedendo a una piu' o meno
drastica revisione del funzionamento del sistema. Ma quale? L’analisi delle
soluzioni nazionali adottate singolarmente conferma che in determinati contesti
socio-politici forse si potra' pure adottare qualche soluzione radicale (tipo la
riforma previdenziale cilena dei primi anni 80), ma anche che non v’e' una
sola e univoca soluzione alla crisi dei sistemi pensionistici dei paesi
occidentali. In Italia ed in Europa l’approccio piu' comune di soluzione ai
problemi di sostenibilita' finanziaria dei sistemi pensionistici causati da
fenomeni demografici negativi consiste in un mix di provvedimenti che possiamo
classificare in due tipologie. Per la prima, a livello macroeconomico e'
fondamentale incrementare i livelli di occupazione e di produttivita' perche' la
previdenza e' l’altra faccia del mercato del lavoro. Se funziona il secondo
per qualita', quantita', flessibilita', tassi di sviluppo, efficienza, liberta',
non puo' non funzionare la prima per stabilita', equita' e copertura. Se invece
la crescita non crea occupazione e i disoccupati sono sempre di piu', se
crescono la precarieta' e la poverta', anche il Welfare entra in crisi. Altre
possibilita', adottabili nello specifico ambito previdenziale, sono soluzioni di
tipo parametrico, come l’allungamento dell’eta' lavorativa e/o l’elevazione
dell’eta' legale di pensionamento; oppure soluzioni di tipo strutturale, che
modificano gli schemi di trattamento e/o gli schemi di finanziamento dei fondi
pensionistici; o in ultimo soluzioni finanziarie, per incrementare le riserve
tecniche costituite a copertura dei futuri oneri finanziari per prestazioni
previdenziali. Premesso che in Europa generalmente si e' voluto evitare di
ricorrere all’inasprimento della contribuzione a carico delle giovani
generazioni, gia' molto elevata in rapporto alle economie di scala dei singoli
Paesi europei, al fine di garantire anche in futuro pensioni «adeguate » e
«sostenibili» molti Paesi (Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia,
Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia) hanno
privilegiato il ricorso a strumenti di accumulo di riserve finanziarie
preordinate a far fronte agli oneri pensionistici futuri. Italia e Svezia invece
(quest’ultima in aggiunta all’adozione di strumenti finanziari di accumulo)
hanno adottato riforme strutturali degli schemi di trattamento pensionistico,
stabilendo l’abbandono - dopo un ampio regime transitorio previsto a tutela
dei diritti acquisiti - dello schema della pensione commisurata al reddito del
lavoratore (a prestazione definita), per assicurare invece una prestazione
commisurata alla contribuzione della sua intera attivita' lavorativa (a
contribuzione definita). Si tratta di uno schema che pone piu' rigorosi vincoli
di sinallagmaticita' tra contributi versati e prestazione spettante, con
intrinseca garanzia - quindi - di futura solvibilita' di detto regime.
Particolarmente complesso e' il quadro istituzionale e normativo che si e'
venuto a creare in Italia, ove, come e' noto la previdenza obbligatoria e' un
sistema di protezione sociale costituzionalmente garantito dallo Stato (art. 38
e 4 Cost.) ma gestito partitamene da enti pubblici (INPS, INPDAP, INAIL), da
enti previdenziali privatizzati (D. Lgs. n. 509/1994) e da enti previdenziali
privati di nuova istituzione (D. Lgs. n. 103/ 1996). Inizialmente nel sistema
pensionistico pubblico italiano furono adottate alcune misure solo congiunturali
volte a ridurre i livelli delle prestazioni pensionistiche o a ritardare
l'accesso al pensionamento (D. Lgs. 30/12/90 n. 503; L. 14/11/1992 n. 438). Col
proposito di effettuare interventi decisamente piu' radicali e miranti a
intervenire direttamente sull'architettura del sistema pensionistico pubblico
italiano, si presento' invece la legge 8 agosto 1995 n. 335, la quale, pur
facendo salvi i diritti acquisiti, a regime riduce l’impegno di spesa del
sistema pensionistico pubblico, avendo ripristinato il «sistema a contribuzione
definita» come metodo ordinario di calcolo delle future pensioni. La L. n.
335/1995 ha reso obbligatoria l’adozione del sistema contributivo soltanto per
gli istituti pubblici gestori di forme di previdenza obbligatoria. Tuttavia
alcuni enti previdenziali privatizzati dal D. Lgs. n. 509/1994 (Cassa
Commercialisti; Cassa Ragionieri; Cassa Geometri e – per casistiche
particolari – Inarcassa e Cassa Forense) hanno optato per questo sistema di
calcolo delle future pensioni, solo potenzialmente rispettoso dell’obbligo
stabilito dalla Costituzione di garantire l’adeguatezza delle future
prestazioni. Tale obbligo infatti si puo' dire mantenuto soltanto se si valuta
il trattamento pensionistico globale del lavoratore quiescente, ossia la
possibilita' che al trattamento derivante dalla previdenza obbligatoria di base
(1° Pilastro) si aggiungano quelli derivanti da forme volontarie di previdenza complementare (2°
Pilastro)istituzionalizzata dalla legge n. 335/ 1995 ma gia' istituita in Italia
con il D. Lgs. 21/04/1993 n. 124, per essere uno degli strumenti della tutela
previdenziale stabilita dall'articolo 38 della Costituzione. Piu' recentemente
la L. 23/08/2004 n. 243 ha previsto che gli enti previdenziali privatizzati in
base al D. Lgs. n. 509/1994 o costituiti in forza del D. Lgs. n. 103/1996,
possano provvedere a costituire anche direttamente, forme pensionistiche
complementari, sia pure con l'obbligo della gestione separata. e' una possibilita'
di cui si sta valutando fattibilita' e gradimento presso la massa degli iscritti
medici, atteso che l’adesione a fondi di previdenza complementare e'
rigorosamente volontaria. In attesa che sul tema si delinei un quadro normativo
piu' chiaro, la Fondazione Enpam, l’Ente di previdenza ed assistenza dei
medici e degli odontoiatri che recentemente sono stato chiamato a dirigere, ha
mantenuto lo schema di «finanziamento a ripartizione » sul quale si basano i
quattro Fondi di previdenza da esso gestiti, e ha sostanzialmente mantenuto
immutati gli schemi di trattamento in uso, salvo il recepimento delle riforme
parametriche adottate per obbligo di legge. Inoltre, in ordine al problema della
futura sostenibilita' finanziaria dei propri regimi pensionistici, ha optato per
una ricapitalizzazione delle riserve tecniche dei fondi, che sara'
progressivamente finanziata con gli annuali avanzi gestionali determinati dall’adozione
delle riforme parametriche di cui si e' detto, e con modeste revisioni delle
aliquote contributive, di onere nullo per i singoli iscritti ma di grande
rilevanza per il nostro Ente rispetto al fine di assicurare l’equita'
attuariale. e' nostra intenzione anche incrementare la lotta all’evasione
contributiva, e favorire un piano di riconversione dei propri investimenti, il
quale, ancorche' avviato solo da pochi anni, si e' gia' dimostrato di grande
efficacia. In considerazione dei trend positivi appena illustrati riteniamo
legittimo considerare l’Enpam una piccola isola felice nel mare tempestoso
della Previdenza italiana, sicche' ci riteniamo capaci di assicurare, per un
ampio futuro prestazioni previdenziali adeguate al canone costituzionale di
equita'.
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