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articolo aggiornato il: Tuesday 08 September 2009

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Previdenza, eta' e belpaese

del dott. Alberto Volponi, Direttore generale EMPAM

Quale sistema previdenziale si deve costruire per una societa' che invecchia sempre piu' rapidamente?

dottor Alberto Volponi

La crisi dei sistemi pensionistici italiani ha cause numerose, articolate e complesse. Fra esse, tuttavia, l’invecchiamento della popolazione sembra giocare il ruolo assoluto di causas causans, del tutto similarmente a quel che del resto sta avvenendo in tutti i moderni sistemi mondiali di welfare state. Le soluzioni adottate nei singoli Stati nazionali allo scopo di far fronte alle sfide poste dall’invecchiamento demografico appaiono - prima facie - molto eterogenee. 

In effetti esse sono riconducibili a due sole diverse tipologie di intervento e alle diverse loro combinazioni: la ricapitalizzazione dei fondi pensionistici e la ridefinizione degli schemi di pensionamento. Ma cambiare in corsa le regole di un sistema previdenziale e' operazione sempre molto delicata. 
La crisi dei sistemi pensionistici 
I sistemi pensionistici obbligatori sono una delle maggiori conquiste sociali del nostro tempo. Storicamente appare chiaro ed e' indubbio che essi sono serviti a ridurre il rischio di poverta' tra gli anziani nonche' a migliorare la salute e il benessere generale delle popolazioni, contribuendo così a incrementare la speranza media di vita. Inoltre i sistemi pensionistici pubblici si configurano come un elemento di fondamentale rilevanza nell’attuale assetto organizzativo delle moderne societa'. Essi hanno reso gli anziani economicamente indipendenti dai loro familiari, perche' consentono alla popolazione in eta' lavorativa una mobilita' maggiore di quanta ne avrebbero se vivessero in nuclei famigliari tradizionali composti da individui appartenenti a tre generazioni (nonni, genitori, figli), e infine, perche' permettono agli individui, sia giovani che anziani, di avviare nuovi e piu' ampi progetti di vita. Il loro meccanismo di funzionamento attesta trattarsi di un sottosistema economico ormai organicamente compenetrato nel ciclo lavoro, produzione, reddito. Una quota del reddito prodotto dai lavoratori e dalle imprese alle quali essi prestano la loro attivita' lavorativa e' obbligatoriamente versata agli Istituti di Previdenza, i quali finanziano così il pagamento delle pensioni spettanti ai lavoratori quiescenti (perche' anziani o divenuti invalidi) ovvero ai loro familiari superstiti. D’altra parte la partecipazione forzosa dei lavoratori al sistema previdenziale giustifica la promessa, fatta dal sistema stesso, per cui i lavoratori contribuenti, quando diverranno a loro volta quiescenti, o i loro superstiti, in eventum, fruiranno di un equo trattamento previdenziale. e' chiaramente intuibile che nei sistemi previdenziali organizzati secondo lo schema anzidetto v’e' equilibrio fra risorse disponibili e risorse impiegate per il pagamento delle pensioni solo in condizioni di invarianza nella composizione delle quote demografiche degli attivi e degli inattivi. Le difficolta' e le crisi di numerosi sistemi pensionistici (ma anche sanitari) dei paesi Occidentali negli anni ’70 e ’80 sono stati provocati proprio dall’invecchiamento della popolazione iniziato a partire dagli anni ‘70. Il fenomeno e' di rilevanza mondiale, ma riguarda piu' significativamente l’Italia: nel 2000 la popolazione anziana (individui con 65 anni e piu') era di circa 10,396 milioni di individui, pari al 18,1% dell’intera popolazione residente, piu' di tutti gli anziani dell’intera Asia Occidentale (8,549 milioni; quota 4,4%) o del Nord Africa (7,136 milioni; quota 4,2%). In quota percentuale gli anziani italiani superavano anche quelli del Sud Europa (16,9%), dell’Europa Occidentale (15,9 %), del Nord Europa (15,6 %) e dell’Europa Orientale (12,9 %). Stime prevedono che nel 2030 gli anziani italiani saranno pari al 28,20% della popolazione residente e nel 2050 al 33%. Il fenomeno dell’invecchiamento demografico e' legato al miglioramento mediamente generalizzato delle condizioni di vita, con il conseguente incremento della speranza media di vita. L’aumento della longevita' non puo' essere altro che un dato positivoe assume una valenza negativa solo se e in quanto concorre - come nel caso di cui ci si lamenta - col fenomeno della denatalita', poiche' diminuisce la consistenza numerica delle popolazioni e muta la loro composizione in classi di eta', con prevalenza degli anziani sui giovani e sugli adulti. Apartire dall’anno 2000 – e' calata la classe dei genitori, e continuera' a scendere la classe dei figli, fino al 2025 aumentera' la classe dei nonni, indi crescera' corrispondentemente la classe dei bisavoli e fara' la sua comparsa la classe dei trisavoli. 
L’invecchiamento della popolazione comporta un progressivo aumento dei costi dello Stato sociale accentuando il ritmo di numerose dinamiche di spesa, fra le quali mi limitero' qui a ricordarne due: (a) crescita degli anni in cui, dopo il pensionamento, gli anziani risultano a carico della popolazione attiva, (b) a carico del Servizio Sanitario Nazionale aumentano i costi per malattie e invalidita', soprattutto quelle che comportano cure costanti o pratiche riabilitative di lunga durata. I dati statistici ci dicono che dal 1980 al 2004 l’indice di dipendenza economica degli anziani e' passato dal 20,3% del 1980 al 28,9% del 2004, il che equivale a dire che oggi, sostentamento e benessere degli anziani impegnano all’incirca 1/3 del reddito prodotto dagli «attivi», a fronte di poco piu' di un 1/5 nel 1980. Rispetto al fine di misurare lo stato di benessere o di malessere finanziario dei sistemi di protezione sociale, pero', occorre tenere conto di quanto tutti gli inattivi (pensionati, inabili, inoccupati e disoccupati) dipendono economicamente dalla popolazione attiva. Gli indici Istat ci attestano che la protezione sociale delle classi degli anziani e degli altri inattivi, tra il 1980 e il 2004 ha assorbito mediamente il 49,5% del reddito prodotto dalla classe degli attivi. In siffatte condizioni, al fine di mantenere l‘equilibrio dei sistemi di sicurezza sociale s’impone l’esigenza di compensare le dinamiche indotte dai trend demografici negativi provvedendo a una piu' o meno drastica revisione del funzionamento del sistema. Ma quale? L’analisi delle soluzioni nazionali adottate singolarmente conferma che in determinati contesti socio-politici forse si potra' pure adottare qualche soluzione radicale (tipo la riforma previdenziale cilena dei primi anni 80), ma anche che non v’e' una sola e univoca soluzione alla crisi dei sistemi pensionistici dei paesi occidentali. In Italia ed in Europa l’approccio piu' comune di soluzione ai problemi di sostenibilita' finanziaria dei sistemi pensionistici causati da fenomeni demografici negativi consiste in un mix di provvedimenti che possiamo classificare in due tipologie. Per la prima, a livello macroeconomico e' fondamentale incrementare i livelli di occupazione e di produttivita' perche' la previdenza e' l’altra faccia del mercato del lavoro. Se funziona il secondo per qualita', quantita', flessibilita', tassi di sviluppo, efficienza, liberta', non puo' non funzionare la prima per stabilita', equita' e copertura. Se invece la crescita non crea occupazione e i disoccupati sono sempre di piu', se crescono la precarieta' e la poverta', anche il Welfare entra in crisi. Altre possibilita', adottabili nello specifico ambito previdenziale, sono soluzioni di tipo parametrico, come l’allungamento dell’eta' lavorativa e/o l’elevazione dell’eta' legale di pensionamento; oppure soluzioni di tipo strutturale, che modificano gli schemi di trattamento e/o gli schemi di finanziamento dei fondi pensionistici; o in ultimo soluzioni finanziarie, per incrementare le riserve tecniche costituite a copertura dei futuri oneri finanziari per prestazioni previdenziali. Premesso che in Europa generalmente si e' voluto evitare di ricorrere all’inasprimento della contribuzione a carico delle giovani generazioni, gia' molto elevata in rapporto alle economie di scala dei singoli Paesi europei, al fine di garantire anche in futuro pensioni «adeguate » e «sostenibili» molti Paesi (Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia) hanno privilegiato il ricorso a strumenti di accumulo di riserve finanziarie preordinate a far fronte agli oneri pensionistici futuri. Italia e Svezia invece (quest’ultima in aggiunta all’adozione di strumenti finanziari di accumulo) hanno adottato riforme strutturali degli schemi di trattamento pensionistico, stabilendo l’abbandono - dopo un ampio regime transitorio previsto a tutela dei diritti acquisiti - dello schema della pensione commisurata al reddito del lavoratore (a prestazione definita), per assicurare invece una prestazione commisurata alla contribuzione della sua intera attivita' lavorativa (a contribuzione definita). Si tratta di uno schema che pone piu' rigorosi vincoli di sinallagmaticita' tra contributi versati e prestazione spettante, con intrinseca garanzia - quindi - di futura solvibilita' di detto regime. Particolarmente complesso e' il quadro istituzionale e normativo che si e' venuto a creare in Italia, ove, come e' noto la previdenza obbligatoria e' un sistema di protezione sociale costituzionalmente garantito dallo Stato (art. 38 e 4 Cost.) ma gestito partitamene da enti pubblici (INPS, INPDAP, INAIL), da enti previdenziali privatizzati (D. Lgs. n. 509/1994) e da enti previdenziali privati di nuova istituzione (D. Lgs. n. 103/ 1996). Inizialmente nel sistema pensionistico pubblico italiano furono adottate alcune misure solo congiunturali volte a ridurre i livelli delle prestazioni pensionistiche o a ritardare l'accesso al pensionamento (D. Lgs. 30/12/90 n. 503; L. 14/11/1992 n. 438). Col proposito di effettuare interventi decisamente piu' radicali e miranti a intervenire direttamente sull'architettura del sistema pensionistico pubblico italiano, si presento' invece la legge 8 agosto 1995 n. 335, la quale, pur facendo salvi i diritti acquisiti, a regime riduce l’impegno di spesa del sistema pensionistico pubblico, avendo ripristinato il «sistema a contribuzione definita» come metodo ordinario di calcolo delle future pensioni. La L. n. 335/1995 ha reso obbligatoria l’adozione del sistema contributivo soltanto per gli istituti pubblici gestori di forme di previdenza obbligatoria. Tuttavia alcuni enti previdenziali privatizzati dal D. Lgs. n. 509/1994 (Cassa Commercialisti; Cassa Ragionieri; Cassa Geometri e – per casistiche particolari – Inarcassa e Cassa Forense) hanno optato per questo sistema di calcolo delle future pensioni, solo potenzialmente rispettoso dell’obbligo stabilito dalla Costituzione di garantire l’adeguatezza delle future prestazioni. Tale obbligo infatti si puo' dire mantenuto soltanto se si valuta il trattamento pensionistico globale del lavoratore quiescente, ossia la possibilita' che al trattamento derivante dalla previdenza obbligatoria di base (1° Pilastro) si aggiungano quelli derivanti da forme volontarie di previdenza complementare (2° Pilastro)istituzionalizzata dalla legge n. 335/ 1995 ma gia' istituita in Italia con il D. Lgs. 21/04/1993 n. 124, per essere uno degli strumenti della tutela previdenziale stabilita dall'articolo 38 della Costituzione. Piu' recentemente la L. 23/08/2004 n. 243 ha previsto che gli enti previdenziali privatizzati in base al D. Lgs. n. 509/1994 o costituiti in forza del D. Lgs. n. 103/1996, possano provvedere a costituire anche direttamente, forme pensionistiche complementari, sia pure con l'obbligo della gestione separata. e' una possibilita' di cui si sta valutando fattibilita' e gradimento presso la massa degli iscritti medici, atteso che l’adesione a fondi di previdenza complementare e' rigorosamente volontaria. In attesa che sul tema si delinei un quadro normativo piu' chiaro, la Fondazione Enpam, l’Ente di previdenza ed assistenza dei medici e degli odontoiatri che recentemente sono stato chiamato a dirigere, ha mantenuto lo schema di «finanziamento a ripartizione » sul quale si basano i quattro Fondi di previdenza da esso gestiti, e ha sostanzialmente mantenuto immutati gli schemi di trattamento in uso, salvo il recepimento delle riforme parametriche adottate per obbligo di legge. Inoltre, in ordine al problema della futura sostenibilita' finanziaria dei propri regimi pensionistici, ha optato per una ricapitalizzazione delle riserve tecniche dei fondi, che sara' progressivamente finanziata con gli annuali avanzi gestionali determinati dall’adozione delle riforme parametriche di cui si e' detto, e con modeste revisioni delle aliquote contributive, di onere nullo per i singoli iscritti ma di grande rilevanza per il nostro Ente rispetto al fine di assicurare l’equita' attuariale. e' nostra intenzione anche incrementare la lotta all’evasione contributiva, e favorire un piano di riconversione dei propri investimenti, il quale, ancorche' avviato solo da pochi anni, si e' gia' dimostrato di grande efficacia. In considerazione dei trend positivi appena illustrati riteniamo legittimo considerare l’Enpam una piccola isola felice nel mare tempestoso della Previdenza italiana, sicche' ci riteniamo capaci di assicurare, per un ampio futuro prestazioni previdenziali adeguate al canone costituzionale di equita'.



 

 

 


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